“Non si muore per amore. Ma per amore ci si logora l’anima, si anestetizza la memoria, si imbavaglia il cuore. La storia di una donna che non vive il presente perchè ha perso il profumo del passato.”
Non c’è niente di meglio di questa vecchia casa per cercare di colmare un vuoto che sembra incolmabile. Una soffitta piena di ricordi, sofferenze, paure ormai archiviate dentro scatole avvolte dal manto del tempo. Scatole che testimoniano la verità del “Non si muore per amore”. Ma la coltre di polvere dimostra che la decorrenza del tormento è lenta e dolorosa. Io mi sento già stremata. Sono venuta qui per vigliaccheria forse, per mancanza di forza. Quella tenacia di andare avanti, la voracità di mordere il tempo e gustare i giorni. Se solo questo mondo raffinasse la sua arte di vedere le piccole cose. Di morderle e assaporarle. Forse non sarei qui. Forse sarei ancora tra le sue braccia. Forse non sarei costretta a vivere questo stato di black out mentale e caos emozionale. Troppi forse…scendo in spiaggia. La cosiddetta bella stagione è passata. Prova ne sono queste lunghe giornate di pioggia. Che trascorro seduta sulla poltrona del nonno, quella in veranda, quella che non si sa perché, ma più si logora e più si ama. E proprio da quella poltrona conto le gocce di pioggia che si attaccano alla finestra. Quelle annoiate scivolano rapidamente verso il basso mentre altre rimangono incollate al vetro a farmi compagnia. Mi guardano e poi disegnano strane forme su quella tela di vetro. Da bambina creavo mille mondi tra quelle gocce. Ora riesco solo a vedere delle lacrime che cercano il percorso più facile per andare a morire. La realtà e l’esperienza hanno eclissato la mia fantasia. Non so da quanto tempo io sia qui. Vivo nell’inesorabilità del tempo che passa senza di lui. Vivo nella folle speranza di svegliarmi e averlo accanto a me. E quando cerco di soffocare nel suo profumo vengo travolta da ondate di odore buono delle lenzuola stese al sole. Ogni angolo di queste vecchie mura sono impregnate di profumi millenari. Sono odori di sangue, lacrime, risate. Eppure il suo profumo che sale dai miei ricordi è più forte. Più insistente anche di quello che sale dal mare. Comincio a pensare che impazzirò se non riuscirò a trovare un interruttore tra le pieghe delle mie ferite che possa zittire una volta per tutte le grida dei miei ricordi. Che cominciano a percorrere a ritroso una strada tortuosa che porta alla mia infanzia. È che dovrei cancellare il mondo per dimenticarlo. Distruggere le nostre spiagge, spegnere il sole, imbavagliare il vento. Ma adesso tutto questo amore dove lo metto? Quale oceano è tanto grande da contenerlo? Devo gettarlo via. Devo strapparmelo dal petto perché lo sento marcire. Altrimenti finirà per incancrenire la mia anima. E diventerò arida come la terra abbandonata dall’acqua. Ho fatto un salto in soffitta. Una sensazione di appartenenza mi ha travolta. Le scatole ben riposte sugli scaffali e i bauli ordinati uno accanto all’altro sembravano dirmi “Ci sei, ci sei sempre stata. Anche tu hai il tuo baule da riempire”. Mi sono seduta su una vecchia sedia a dondolo. Ho aspettato che quel vortice di profumi e parole terminasse. E mi sono addormentata. Quando ho riaperto gli occhi il buio era calato. Credo di aver dormito molto. Non lo so con precisione. Non ho orologi con me. Lo scandire del tempo non mi interessa. Come a lui non importa di me. Abbiamo trovato il modo per convivere. Ci ignoriamo a vicenda. Non tornerò in soffitta. Non vivrò il passato della mia famiglia. E non riempirò nessuna scatola. Voglio solo dimenticare. Tornare ad essere terra fresca dove poter seminare e fertile per poter produrre nuovi frutti. Ora mi sento come il mare. Sento il sangue scagliarsi contro il mio cuore come le onde sbattono contro gli scogli. Sono passati tanti anni ed io sono ancora qui. A vivere senza amore, senza tempo, senza profumo. La mia pelle è sempre più arida ed ogni giorno meno fertile. Il mare è tormentato come il primo giorno che sono arrivata. Come me non ha mai trovato la pace. Per tutto questo tempo ho sentito le onde singhiozzare togliendomi il respiro. Pensavo si sarebbe calmato prima o poi. Pensavo che un faro avrebbe illuminato le notti. Ma non è stato così. Il tempo ha cominciato a ricordarmi la sua presenza facendomi svegliare con i suoi segni sul volto. Giorno dopo giorno una piccola nuova ruga, una piccola strada di ricordi. Ogni mattina intrecciavo un nuovo capello bianco a quelli ancora corvini. Ho trascurato questi segnali come il mondo che, ignaro, veniva a bussare alla mia porta. Ma una sera di agosto è stato proprio il tempo a farmi visita. Ci siamo ignorati per così tanti anni che in un primo momento non l’ho riconosciuto. L’ho fatto accomodare, sono sprofondata nella poltrona del nonno e lui si è seduto ai miei piedi. Una folata di vento improvvisa ha spalancato la porta della soffitta e il profumo del mio amore perduto ha invaso la casa. Ho ascoltato il racconto del tempo con gli occhi socchiusi e il cuore spalancato. Racconto che ha inizio quaranta anni fa. E senza riuscire a sentirne il finale mi sono addormentata tenendogli la mano.
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